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Dott. Marco Mura - Pedagogista, Educatore Professionale, Specialista in Pedagogia Clinica --- (Attività Professionali) - Percorsi educativi per minori con: difficoltà d'apprendimento (DSA); disagio sociale e/o relazionale; disabilità (progetti L.162/98; LR 20/97). - Creazione e conduzione di progetti educativi per adulti (L.162/98; LR 20/97) - Consulenza Pedagogica Sostegno alla Genitorialità, Parent Training - Consulenza educativa rivolta a professionisti del settore educativo Per informazioni: dott.marcomura@gmail.com

domenica 18 novembre 2012

Educazione di genere e genitorialità


Educazione di genere e genitorialità © ®

La famiglia rappresenta il punto di partenza del percorso di crescita per l'inidividuo. La visione del mondo di ognuno di noi è in qualche modo influenzata dalle esperienze fatte all'interno e all'esterno del pianeta famiglia. Le tradizioni culturali e familiari spesso non tengono in considerazione l'evoluzione dei costumi, della mentalità, dei nuovi parametri di crescita e destano pertanto alcuni interrogativi di carattere pedagogico.
La donna ancora trova spazio all'interno della casa come casalinga, mamma e donna tuttofare. In diversi casi è impegnata anche sul fronte professionale e nonostante gli orari di lavoro al suo ritorno deve occuparsi della famiglia.
Come percepisce questa situazione un figlio? Quale idea si forma nella mente di una figlia?
A offrire uno spaccato della società è la famiglia che crea al suo interno un microcosmo e proietta un possibile futuro nella vita dei figli.
Un marito, un padre che non si dedica alla cura della casa (pulire, cucinare, fare la spesa – sono alcuni esempi) dimostra ai figli con la propria condotta che l'uomo non deve occuparsi delle attività domestiche perchè queste ricadono sotto i doveri della donna-moglie-madre.
Accade dunque che venga impostata anche una disparità di ruoli nell'ambito delle responsabilità e dei compiti che devono assumersi i figli. Prendiamo come un esempio una famiglia in cui ci sono un figlio e una figlia. Spesso madre e figlia diventano la forza lavoro domestica che solleva da qualsiasi incombenza i maschi di casa. Talvolta, davanti a recriminazioni circa la disparità di trattamento si utilizza come scusa la carenza di doti del figlio, il suo temperamento non idoneo ai compiti richiesti e tante altre scusanti per aggirare l'ostacolo.
Questa situazione nasce in un lontano passato che ancora affonda le radici nel presente e con forza cerca posto nel futuro.
Cosa aspettarsi da un figlio che non vede nel padre una figura complementare a quella della madre? Se un genitore non offre esempi validi e costanti ogni messaggio si perderà nel vento.
È dunque dalla quotidianità che bisogna partite e a cui è necessario affidare gli intenti educativi.
Un padre che cucina, lava le stoviglie, che si alterna alla moglie nelle innumerevoli mansioni domestiche testimonia e comunica senza proferire parola che ciò che fa rientra nella democratica suddivisione dei compiti e che in casa tutti devono saper fare tutto. Non esistono doveri diversi per l'uomo e la donna. Esiste invece la condivisione di un percorso comune chiamato famiglia.
Chi non sperimenta direttamente la difficoltà e l'impegno che comportano certe mansioni non ha modo di comprendere il sacrificio e il valore insiti nell'operato. I figli devono provare in prima persona e farsi carico di responsabilità commisurate alla propria età e non al sesso d'appartenenza. Solo vivendo determinate esperienza è possibile avere una visione a tutto tondo della realtà e di tutte le sue sfumature.
Gli stereotipi di genere producono una visione sessista della vita e di conseguenza un'educazione differenziata per figli e figlie. Crescendo un bambino che non si è mai occupato del riordino della propria stanza, di espletare commisioni richieste dai genitori, che non ha mai appreso neanche i più piccoli rudimenti dell'economia domestica, avrà un punto di vista distorto su ciò che riguarda i doveri dell'uomo nella società e in famiglia.
L'esempio è il migliore insegnamento che si possa dare e la costanza comportamentale è il collante più forte che possa esistere. È ora di crescere senza limiti di genere. © ®
Dott. Marco Mura
Pedagogista, Educatore Professionale
Specialista in Pedagogia Clinica
www.crescereeducati.blogspot.com

lunedì 22 ottobre 2012

Difficoltà o disturbi dell'apprendimento?


Difficoltà o disturbi dell'apprendimento? © ®
Il primo approccio con lo studio non è di semplice interpretazione. Nuove regole, maggiori richieste, tempi e spazi diversi da quelli familiari. L'istruzione offre la possibilità di sfruttare e incrementare il nostro potenziale, ma contemporaneamente può mettere a dura prova lo scolaro e far emergere alcune forme di disagio. Per molti genitori l'andamento scolastico risulta essere la priorità per il proprio figlio quando dovrebbe essere la sua salute psicofisica.
Per comprendere la vita, ancora di più i suoi ostacoli, l'essere umano ha imparato a classificare e dare un nome a ciò che entra in contatto con la propria esistenza.
Ho avuto modo di lavorare con genitori che davanti al manifestarsi delle prime difficoltà scolastiche hanno iniziato a dubitare del livello di intelligenza del proprio figlio, si interrogavano su compagnie sbagliate, su problemi a casa, attribuivano le colpe a insegnanti e membri della famiglia, reagivano con la violenza (verbale, fisica) al disagio del figlio. Erano a caccia di un colpevole che fatto di carne e ossa e non sapevano come reagire a questa nuova sfida.
Il termine difficoltà appare più vicino ad una situazione sperimentabile da chiunque, mentre la parola disturbo richiama ad una classificazione nosografica e perciò sembra aggravare la visione del disagio vissuto.
Potremmo scegliere di ricorrere al termine difficoltà per coloro che non sanno ancora adoperare strategie e strumenti per acquisire nozioni del sapere e definire soggetti con disturbi specifici dell'apprendimento chi rientra nelle classificazioni nosografiche.
Credo però sia sempre più produttivo e corretto affrontare le sfide poste dalla vita facendo ricorso anche a vocaboli che aiutino le persone ad avere una visione positiva. Il termine difficoltà, come sostenuto in apertura, è comune a tutti e desta meno allarmismi. Tutti sperimentiamo il peso della difficoltà e sappiamo che inizialmente tante pratiche non solo semplici, ma che col tempo e soprattuto con metodo e impegno possiamo migliorare.
Lontani da definizioni e tecnicismi per guide “fai da te” passiamo ad un rapido quadro del tema.
Le aree dell'apprendimento coinvolte sono quelle preposte alla lettura, la scrittura e il calcolo aritmetico (sino a coinvolgere l'ambito matematico). I simboli grafici sono segni che l'essere umano ha ideato per comunicare e lasciare traccia di sé nel tempo. Questi segni, i grafemi, devono essere decodificati, ossia letti in maniera corretta per dare significato al messaggio. La scrittura (l'atto di codifica) deve ugualmente rispondere a criteri che conservino i parametri convenzionali della lingua utilizzata per esprimere il concetto desiderato.
Immaginate di dovere leggere un testo multimediale in cui un software in modalità random sposta lettere, porzioni di parola, righe, occulta o aggiunge segni grafici e di dover mostrare accuratezza nella lettura e nella comprensione del testo. Non stiamo dunque parlando di quoziente intellettivo (QI) bensì di una difficoltà oggettiva che deve essere rilevata precocemente e immediatamente affrontata. Occorre una corretta presa di coscienza da parte del singolo, della famiglia e della scuola.
Saper leggere e dotare di senso i simboli operazionali ed eseguire il giusto procedimento è ugualmente un importante requisito per un percorso didattico ottimale.
Dislessia, difficoltà nella lettura e nella comprensione dei testi, disortografia, difficoltà nel rispettare le norme della lingua, disgrafia, difficoltà nell'eseguire le forme delle lettere, discalculia, difficoltà nell'ambito aritmetico.
La diagnosi di tali difficoltà emerge nei primi anni della scuola primaria e non sono dimostrabili prima del compimento del settimo anno d'età per maturazione del soggetto e richiesta di competenza scolastica. Anche in questo caso la scuola si dimostra luogo in cui è possibile cogliere difficoltà e aree di intervento.
L'iter diagnostico viene effettuato dalla Neuropsichiatria Infantile (NPI) o da enti convenzionati con il servizio ASL. Il percorso educativo deve essere condotto da pedagogisti, educatori professionali e psicologi che abbiano un curriculum adeguato.
Esistono varie tecniche per superare gli ostacoli incontrati nell'ambito degli apprendimenti, sia che si tratti di DSA che di difficoltà nella pianificazione e gestione del tempo e delle risorse finalizzate all'apprendimento. In certi casi l'intervento include entrambe le richieste.
Ricordiamoci che chi incontra simili difficoltà si trova spesso ad esternare il proprio disagio con manifestazioni comportamentali che possono indurre docenti e genitori a ritenerlo un alunno svogliato, irrequieto, poco integrato, ansioso, non brillante.
La base di partenza deve sempre essere quella che porta ad indagare sul disagio vissuto dalla persona e dalla presa di coscienza del singolo e della famiglia. Tavolta si può ricorrere ad un privato che analizzi la situazione iniziale e poi valuti se indirizzare o meno il minore verso un percorso conoscitivo per meglio comprendere la situazione. © ®

Dott. Marco Mura
Pedagogista, Educatore Professionale
Specialista in Pedagogia Clinica
Pubblicato su Il Sentiero dei Melograni
www.crescereeducati.blogspot.com

lunedì 24 settembre 2012

Educazione e autonomie di base

Educazione e autonomie di base © ®

La parola autonomia deriva dal greco autòs (stesso) e nòmos (legge) e significa darsi regole da soli. Il significato riporta anche al concetto di indipendenza, sia nel darsi norme che nel rispettarle senza l'intervento o la supervisione di altre persone.
Educare ed educarsi all'autonomia è operare attraverso le nostre conoscenze e capacità per pervenire a importantissime mete per la crescita.
Ciò che sta alla base costituisce le fondamenta. Le autonomie considerate basilari fanno capo alle prime esperienze, le quali rientrano nella pratica di cura (prendersi cura) slegata dal supporto genitoriale. Raggiungere tale competenza fa parte delle mete evolutive/educative, delle competenze e dei requisiti che concorrono alla costituzione dell'essere umano nella sua adultità o nella proiezione verso questa dimensione angrafico-maturazionale.
Alimentazione, igiene personale, sapersi vestire e spogliare, controllo sfinterico rientrano tra le competenze che gettano le fondamenta per l'indipendenza dagli altri. Queste capacità-competenze ricadono sotto il nome di autonomie di base.
I genitori devono prepararsi per tempo all'idea di dover operare in favore del raggiungimento di questi obiettivi. Il lavoro diventa più complesso quando si tratta di figli con gravi difficoltà.
Sono sempre portato a sottolineare la differenza che esiste tra l'acquisizione dell'autosufficienza e la conquista dell'autonomia. Essere autosufficiente equivale ad essere in grado di compiere gesti e azioni (dalle più semplici alle più complesse) senza l'ausilio di un'altra persona. Ma l'indipendenza dall'aiuto nello svolgere un determinato compito non equivale ad avere introiettato il dovere verso un certo obiettivo. Il concetto di autonomia, a mio avviso, invece racchiude anche la matura consapevolezza del significato delle azioni che sappiamo di dover compiere.
Quando iniziare a lavorare sull'acquisizione delle autonomie di base?
Per quanto concerne l'igiene personale, i primi momenti per iniziare il lavoro sulle autonomie di base sono quelli che il neonato vive durante le fasi del bagnetto. In questa occasione la madre e/o il padre possono regalare oltre a piacevoli esperienze di contatto mediante il massaggio, le carezze e i giochi con l'acqua, utili indicazioni per fare acquisire in modo graduale la conoscenza somatica che faciliterà il bambino nella comprensione del proprio sé corporeo. Per promuovere questa esplorazione in modo piacevole è indicato che il genitore crei un clima sereno e giocoso. Durante l'atto igienico, ludico e amorevole, si consiglia di nominare le parti del corpo che vengono interessate, mantenendo sempre un contatto oculare col neonato al fine di creare una forte, significativa e costante comunicazione col proprio figlio.
Senza un'adeguata conoscenza somatica oltre che dinamica della persona le difficoltà nell'essere autosufficienti e autonomi diventano molto più difficili da acquisire.
Tra i 7-8 anni i bambini potranno iniziare a farsi la doccia o il bagno da soli. Non ci sono tappe standard, quindi nel caso in cui vostro figlio dovessere avere ancora alcune esitazioni sarà bene arrivare in maniera graduale a questa tappa.
In certi casi nel lavoro sulle autonomie ho intrapreso percorsi che partivano da situazioni accostabili alle simulazioni, precedute da esperienze che offrivano elementi conoscitivi sul proprio sé corporeo, prima di giungere al lavoro contestualizzato. Ricordiamoci che tra le maggiori garanzie degli interventi c'è la tempestività che però non deve essere confusa con l'anticipazione dei tempi, sia che si tratti di precocità intesa come desiderio genitoriale di voler un figlio autonomo prima dei pari età, sia nella fretta di perseguire più obiettivi nel minor tempo (il raggiungimento di parte di un obiettivo o di una meta a breve termine è sempre un risultato positivo).
Anche l'alimentazione rientra tra le competenze fondamentali per l'essere umano. Può capitare che per facilitare l'acquisizione dell'uso di cucchiaio, forchetta e coltello si debba ricorrere a cibi preferiti dal bambino. Se una strada conduce al traguardo ambito e il metodo non rientra tra forzature, concessioni deleterie e emozioni negative, allora perseguitela cercando sempre di osservare e valutare le azioni messe in pratica.
Un'altra autonomia di base è il raggiungimento del controllo sfinterico. Nel caso di enuresi e/o encopresi persistenti è bene rivolgersi al pediatra e valutare poi un percorso educativo dopo aver escluso cause organiche. Saper controllare l'urina e le feci garantisce una socializzazione più armoniosa, tutela ed incrementa il livello di autostima del bambino.
Sostengo che ognuno debba raggiungere l'autonomia possibile, senza che altri si sostituiscano a lui o limitino il suo potenziale e, contemporaneamente, sono contrario ad azioni che creano frustrazione nella persona che oggettivamente non può raggiungere determinati livelli di competenza e accuratezza.
In ogni tappa di crescita dobbiamo sempre arrivare al massimo potenziale dell'individuo e mantenere  il risultato ottenuto, garantendo il rispetto della persona e la sua salute psicofisica. In caso contrario non si parlerebbe di educazione, ma di altro.© ®
Pedagogista, Educatore Professionale
Specialista in Pedagogia Clinica

La barriera architettonica, monumento all'inciviltà

La barriera architettonica, monumento all'inciviltà © ®

Le barriere architettoniche sono ostacoli creati dall'uomo. Nascono da un impedimento mentale che non consente alla persona di vedere le necessità altrui. Da ostacolo frutto di un punto di vista viziato dalla superficialità diventa poi ostacolo fisico sotto forma di gradino, scala, buca nel mariciapiede, automobile parcheggiata in area pedonale o nel posto riservato ai disabili.
Sembra quasi che ancora ci siano persone che si battono affinchè questi monumenti all'inciviltà non vengano abbattuti. Tutti siamo vittime degli ostacoli: persone che hanno difficoltà nella deambulazione, ipovedenti e ciechi, i neonati nei passeggini, i bambini, i ragazzi, gli adulti e gli anziani costretti ad abbandonare il marciapiede perchè conquistato dalle automobili o reso inagibile da buche o differenti pericoli ed impedimenti.
Il mondo urbano deve essere a misura di tutti. Le spiagge vedono comparire passerelle che facilitano l'accesso all'arenile ma c'è ancora tanto da fare.
Manca l'immedisimazione, la conoscenza e la voglia di fare.
Ogni cittadino ha il dovere di rispettare le norme sancite dal codice stradale e di denunciare abusi come il parcheggio di automobili sul marciapiede o nei posti riservati ai disabili.
Ancora tanti, troppi negozi e locali sono inaccessibili a chi ha difficoltà o è impossibilitato nella deambulazione, oltre a non possedere i servizi igienici attrezzarti come la legge prevede.
C'è da augurarsi che ogni cittadino inizi a prendere consapevolezza dei diritti umani a tutto tondo e che il mondo della politica sia meno pigro nell'affrontare questa grave negazione di libertà.© ®
Pubblicato su Il Sentiero dei Melograni 
Dott. Marco Mura
Pedagogista, Educatore Professionale
Specialista in Pedagogia Clinica

venerdì 31 agosto 2012

Giochi e giocattoli: giochiamo?

Giochi e giocattoli: giochiamo? © ®

Una famosa casa di produzione ha affidato alla memoria dei compratori uno slogan che ci ricorda che attraverso il gioco si impara. È vero, l'aspetto ludico e quindi divertente facilita l'apprendimento perchè elimina le componenti noiose e difficili da digerire, favorendo una naturale e piacevole acquisizione di nozioni senza che questo atto sia voluto o primario negli obiettivi perseguiti dal giocatore. In tanti libri e seminari si cerca di condurre gli insegnanti a sposare una didattica dinamica, piacevole e accattivante proprio perchè attirando e catalizzando l'attenzione degli scolari si garantisce un più semplice coinvolgimento attivo nelle lezione e un apprendimento meno oneroso per gli allievi. Il gioco o meglio il saper rendere un gioco la lezione diventa arte didattica latrice di successi scolastici. Da pratica caratterizzante l'infanzia a strumento operativo per l'istruzione e l'educazione. La formazione umana sembra essere dunque affidata anche al gioco.
Attualmente vediamo che la tecnologia si è ben radicata in questo campo a tal punto da farci interrogare sul suo effettivo valore per la crescita dei bambini e dei ragazzi.
Attraverso il gioco il bambino impara le prime nozioni su di sè, gli altri e l'ambiente. È un modo per esplorare e sperimentare che incrementa il bagaglio conoscitivo dell'essere umano.
Gioco funzionale, simbolico, di finzione sino ad arrivare alla pura creatività prestata alla sfera ludica con l'ideazione di giochi strutturati (composti da regole) e la costruzione di giocattoli.
Gioco e regole, vita e regole. Le norme non si decidono strada facendo perchè nessuna attività o competizione può essere regolarmente svolta senza che esistano dal principio delle basi stabili che sorreggano il gioco. Nell'odierna società privata di spazi liberi, con tanti pericoli per le strade, dove i videogiochi hanno acquisito un predominio quasi totale, i giochi all'aria aperta, in contesti informali, non gestiti da istruttori o da altre figure adulte sono quasi scomparsi. Computer e console non devono essere messe all'indice. A gestire male questi strumenti siamo noi che non riusciamo a dedicare loro un tempo adeguato e lasciamo che ci assorbano per grandi porzioni della giornata. Difficoltà nel gestire il tempo libero e scarsa competenza nel comprendere il livello di qualità delle attività scelte. La manualità è andata persa, nessuno costruisce i propri giocattoli. Solo nelle scuole e nei centri d'aggregazione giovanile è possibile compiere simili esperienze. Fine motricità e creatività nel cybermondo non trovano alloggio.
Bambini e adolescenti estranei al mondo della costruzione del proprio divertimento (giochi e giocattoli) presentano maggiori difficoltà nel coinvolgere o sentirsi coinvolti dai genitori. Quale richiesta d'aiuto verso un padre o un madre nella raggiungimento di un determinato obiettivo? Il superamento dell'ultimo livello di un videogioco? Forse ora capita anche questo, ma si tratta di un dato che non lascia traccia di sè, al contrario di un manufatto di legno o diverso materiale che consente la condivisione di maggiori energie, la cooperazione e la felicità di aver dato forma alla materia, entrando così nel personale "museo dei giocattoli".
Oltre che nella costruzione anche nei giochi di gruppo è possibile vivere esperienze con i propri genitori, zii e nonni. Una diversa modalità per favorire o incrementare la reciproca conoscenza. Da grandi i bambini ricorderanno queste esperienze e riconosceranno la presenza dei genitori nel bene se mamma e papà non hanno creato eccessive pressioni e nel male se sono stati fonti di ansia.

Dott. Marco Mura
Pedagogista, Educatore Professionale
Specialista in Pedagogia Clinica
e-mail: dott.marcomura@gmail.com

Brindiamo alla salute e alla vita dei giovani

Brindiamo alla salute e alla vita dei giovani © ®

Il rapporto tra alcol, giovani e giovanissimi rientra tra i comportamenti a rischio nell'adolescenza. Questo periodo della nostra vita è orientato alla scoperta di se stessi, all'evasione dal mondo genitoriale, alla contrapposizione con l'adulto e il suo sistema di regole. Un agire orientato al distacco, alla scoperta e alla sfida.
L'indagine Doxa su "Gli italiani e l'alcol" condotta in collaborazione con l'Osservatorio Permanente sui Giovani e Alcol, analizzando un campione di oltre duemila persone, a partire dai 13 anni, ha messo in evidenza che nel nostro Paese si beve meno e che il 10% della popolazione maschile e il 20% di quella femminile è persino astemia. Emergerebbe dunque un consumo responsabile al quale però si abbina un aumento dei comportamenti a rischio.
Chi opera nell'ambito delle dipendenze o semplicemente a contatto con i ragazzi conosce il fenomeno del Binge Drinking, ossia bere ripetutamente in modo compulsivo fino ad ubriacarsi.
Nel campione preso in esame il 20,4% dei giovani (13-24 anni) intervistati ha ammesso di aver fatto almeno una volta questa esperienza, percentuale che scende sino all'8,6% per i pari di sesso femminile. Da queste rilevazioni possiamo quindi osservare che se da un lato è in diminuzione il numero dei consumatori, dall'altro è in crescita quello degli alcoldipendenti.
Emanuele Scafato, direttore dell'Osservatorio Nazionale Alcol dell'Istituto Superiore di Sanità l'abuso giovanile, sostiene la necessità di diffondere delle semplici e fondamentali regole per promuovere un uso consapevole dell'alcol a partire dall'adolescenza, in modo da influenzare positivamente lo stile di vita delle persone lungo il loro percorso di crescita. Costumi comportamentali che trovano validità anche in età adulta. Pertanto non toccare alcolici prima dei 16 anni, bere con moderazione, solo durante i pasti, non guidare dopo aver bevuto.
Altri aspetti del rapporto giovani/alcol emergono dal tessuto sociale britannico. Stiamo parlando del Vodka Eyeballing, nuova frontiera della trasgressione che consiste nel versarsi superalcolici negli occhi, nella stupida convinzione che questa pratica garantisca una rapida sbronza. In realtà l'unico risultato è il danneggiamento dell'apparato visivo.
Questa tecnica al limite viaggia su YouTube, che, nel suo aspetto negativo (ne ha anche di positivi) amplifica e offre un palcoscenico alle bravate dei giovani. La rapidità cercata con questa pratica si lega al desiderio adolescenziale del “tutto e subito”, alla ricerca della trasgressione e del limite nel tentativo di primeggiare nel gruppo e apparire coraggiosi o semplicemente stagliarsi sulla massa. Da non trascurare il desiderio di evadere attraverso lo stordimento, motivo primario, non raggiungibile però attraverso questa prassi. Vodka, rum, persino assenzio direttamente sul bulbo oculare per poi finire al pronto soccorso con bruciori e lesioni alla cornea.
Prima si sentiva parlare dell'Indianata, “gioco” in cui chi sbaglia nel ricordare una sequenza o qualsiasi sia la chiave del “gioco” deve bere. Anche in questo caso si ricorre di norma ai superalcolici e l'obiettivo non è tanto vincere la competizione quanto ubriacarsi e ridere degli errori altrui con la complicità dello stato d'ebrezza.
Alla fine la certezza che emerge dall'abuso di alcol è l'insieme di rischi per il proprio corpo e la propria ed altrui incolumità.
L'alcol è accompagnato da un insieme di conoscenze errate che lo vedono come eccitante: al contrario è un sedativo. “Il vino fa buon sangue” un detto che può trovare alloggio solo nella moderazione. Inoltre è bene sottolineare che a sfatare questo mito ci sono prove scientifiche che mettono in luce come l'alcol sia responsabile di forme di anemia e di un aumento dei grassi nel sangue.
Nella cultura mediterranea il bere ha radici lontanissime. Purtroppo l'eccesso e le modalità dannose nel tempo hanno preso il sopravvento e caratterizzato l'alcol sotto la voce devianza, diventando fenomeno sociale da tenere sotto controllo, da studiare, comprendere e arginare.
L'Organizzazione Mondiale della Sanità riporta dati allarmanti per il consumo e l'abuso di alcolici in Europa. Il 25% dei decessi giovanili (parliamo di ragazzi tra i 15 e i 29 anni) è collegato direttamente o indirettamente all'alcol. Basti pensare che in Italia un terzo degli incidenti stradali sono imputabili alla guida in stato d'ebrezza e che la metà delle vittime è costituita da giovani.
Credo sia produttivo promuovere progetti educativi legati alla crescita dei giovani, incentrati sulla conoscenza di se stessi, per imparare a capirsi e capire la realtà che ci circonda. Non solo percorsi studiati ad hoc per le problematiche del momento perchè questo equivale a sposare quella cultura pedagogica dell'emergenza che trova alloggio solo nell'imminenza del pericolo o nel disagio ormai riscontrato. Il domani si costruisce oggi, giorno per giorno.
Riflettiamo senza allarmismi e timori, senza proiezioni negative su figli, educandi, alunni ed impariamo dalla realtà e dal rapporto con gli altri a muoverci verso obiettivi edificanti. © ®


Dott. Marco Mura
Pedagogista, Educatore Professionale
Specialista in Pedagogia Clinica
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